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Tokyo, ragù e altre cose speciali
Dum-du-dee-dum…
Immaginatevi lo stacco iniziale di una canzone di Battisti un po’ ritmata: Tokyo all’imbrunire, il venticello caldo che però vira già verso un elegante “freddino andante” e io che, lasciati a casa i miei favolosi sandali bianchi a fascette fini, opto per un più pratico (e caldo) paio di sneaker candide con dettagli glitter appena sussurrati.
Meta della serata: un teppan-yaki decisamente di livello superiore. Non tanto per “la quenta”, quanto per quell’atmosfera di eleganza soffusa e mai ostentata, senza influencer intenti a fotografarsi addosso ogni trenta secondi. Qui il rituale della cottura sulla piastra davanti al cliente segue un ritmo semplice e preciso, senza inutili effetti speciali che, diciamolo ogni tanto divertono pure, ma non necessariamente a ogni piè sospinto.
Io, con la mia immancabile camicetta verde smeraldo, dopo questa esperienza quasi paradisiaca avevo persino in programma di andare a vedere Il Diavolo veste Prada 2. Non per altro: ero curiosa. Le aspettative, a dire il vero, non erano altissime. E infatti… diciamo solo che avevo ragione 😄.
Sabato mattina, dopo una sontuosa colazione a base di crêpes e aver finalmente sistemato alcune offerte di viaggio promesse già da troppo tempo (sic!), mi sono diretta verso un pomeriggio non dedicato allo shopping per me, ma alla missione “regalini”.
Quest’anno però niente panico da:
“cielo… a chi porto cosa?!?”
Stavolta metodo assoluto.
Mi dirigo senza indugio verso Aoyama e faccio incetta strategica di borse e camicette Miyake in tre negozi diversi, seguendo diligentemente la mia lista. E proprio lì, a pomeriggio inoltrato, mi concedo una pausa.
Che sensazione curiosa entrare nel caffè che adoro a Tokyo ed essere riconosciuta dal cameriere spagnolo, che mi saluta calorosamente e mi accompagna direttamente al tavolo migliore del locale, almeno secondo me 😉 quello sul mezzanino affacciato sulla strada.
Seduta lì, davanti alle boutiques in cui quasi non oso entrare, mi sono ritrovata a pensare a quanto mi avesse deluso il film della sera precedente… ma soprattutto a quanto, invece, mi senta felice di essere semplicemente me stessa, ricca dei famosi “tesori del cuore”.
Bando alle ciance e via verso Takeshita Street, dove trovo finalmente tutti i pensierini per:
• le amiche del cuore,
• le figure silenziosamente indispensabili della vita quotidiana,
• la fata del taglio perfetto,
• la maga della contabilità,
• le splendide ragazze del supermercato bio
e quant’altro.
Una breve deviazione lungo il boulevard di Omotesandō mi mette davanti a un manichino dall’aria quasi strafottente: indossava un vestito rosso da femme fatale con sandalo intrecciato e cappello a tesa larga, tutto nella stessa tonalità “rosso passione” da far impallidire Joan Collins ai tempi di Dallas.
Ho alzato appena il naso pensando:
“Umpf… non mi hai impressionato per niente.”
E ho proseguito serafica per la mia strada.
Poco dopo mi imbatto in un negozietto di dorayaki in tutte le varianti possibili:
Kyoto-Uji-matcha special,
anko,
fragola con panna,
doppio gelato…
Santi numi.
Vade retro.
Lungi da me 😄.
A onor del vero, per essere un sabato pomeriggio, la folla era molto meno infernale del previsto. Forse gli influencer hanno già abbandonato il vicolo per altri feed.
Con agile scatto felino mi sono quindi infilata in taxi, piena di pacchi e pacchettini, pronta però a una cena molto più sobria:
verdurine lessate.
Perché altrimenti, signori miei, son dolori.
Come diceva una vecchia canzone:
“Domenica è sempre domenica”.
E quindi Tokyo o non Tokyo, in una casa che si rispetti la domenica si fa il ragù.
Non starò certo qui a condividere ricette: il bello dell’Italia è proprio che ogni famiglia custodisce la propria versione personale — e sono tutte paradiso terrestre.
Dopo delle favolose tagliatelle al ragù e un irresistibile adorable pistache, non so bene come io sia riuscita persino a lavorare. Probabilmente senso di colpa professionale. Fatto sta che mi sono perfino collegata al PC in Italia per emettere alcune fatture urgentissime.
Dato che avevano previsto pioggia torrenziale, ero convinta di trascorrere il pomeriggio beatamente in panciolle. Ma un sole tiepido e invitante mi ha praticamente trascinata fuori di casa.
E visto che non avevo ancora indossato uno splendido ensemble Miyake, pantalone ceruleo e camicetta stropicciata blu oltremare, mi sono diretta verso il parco del Museo Teien, piccolo paradiso art déco degli anni Trenta.
Molti anni fa esisteva anche una caffetteria all’esterno. Oggi invece, complice il fatto che il parco sia diventato a pagamento e la cronica mancanza di personale, restano soltanto tavolini e sedie di design dove ciascuno si porta:
• la propria bevanda,
• il proprio dolcino,
• e inevitabilmente anche un discreto contributo all’industria della plastica 😄.
Ma il piccolo parco resta un’oasi metropolitana meravigliosa:
pace,
frescura,
e due giardini splendidi.
Quello giapponese, con il laghetto wa e i momiji mossi dal vento, riesce davvero a rinfrescarti l’anima.
Aahh… gaudio e tripudio.
Che bella domenica pomeriggio.
Che bel fine settimana, splendido proprio nella sua normalità.
In fondo non è successo nulla di eclatante.
Eppure era tutto così speciale.
Fra pochi giorni sarà già tempo di rifare le valigie, il ritmo della vita che ho scelto, ma non sono triste.
Perché ho già pronte quelle del ritorno 😉
