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Tokyo in fiore: glicini, tentazioni e deviazioni eleganti
La primavera a Tokyo esce da tutti i pori di questa metropoli che, seppur cementificata, rimane profondamente immersa nel verde. Complici anche i “lasciti” dei feudatari di fine Ottocento, oggi trasformati in parchi e giardini botanici semplicemente meravigliosi.
Dopo una scorpacciata di fiori di ciliegio in una Kyoto tinta di mille sfumature di rosa, ho voluto ammirare i glicini in fiore. Tokyo offre mille occasioni lontano dai sentieri battuti dalle instagrammer dai capelli azzurrini, pervinca o ciclamino-fantasy, vestite da improbabili “giapponesine”.
Dopo la “bubble economy” degli anni ’80, quando molte ragazze nipponiche volevano assomigliare alle occidentali permanenti a cavatappo, palpebre ritoccate dal chirurgo e quant’altro oggi osserviamo con un sorriso il fenomeno opposto: una sorta di neo-japonisme, una rinnovata ammirazione per tutto ciò che è giapponese, che ricalca in parte la fine del XIX secolo. E questo è un bene per tutti. Considerato ciò che il primo japonisme ha portato nelle arti, non si può che applaudire: anche perché, in fondo, l’odio fra i popoli nasce spesso dall’assenza di cultura e dalle incomprensioni.
Ma torniamo a noi, e ai glicini.
Non prima, però, di aver visitato un negozio a più piani di bambole vere opere d’arte, costosissime esposte in occasione della festa dei bambini del 5 maggio, con figure guerriere ed elmi da samurai per i maschietti.
Mi sono poi avventurata verso un santuario del buon auspicio a Kameido, ai margini della città “vecchia”. Qui sorge un santuario fondato nel 1661, dedicato a Sugawara no Michizane, divenuto poi divinità tutelare degli studi. Un piccolo angolo con stagni popolati da tartarughe (“kame”), ma anche da gru e altri uccelli meravigliosi che non ti aspetteresti mai di incontrare in una metropoli.
Il rigoglioso giardino, grondante di glicini e attraversato da ponticelli vermigli, fu già immortalato da Utagawa Hiroshige nella celebre serie Cento vedute famose di Edo. Ma non perdiamoci in questioni accademiche.
Alla stazione, entrando in un piccolo centro commerciale, non ho potuto fare a meno di notare dei sandali color tortora chiaro, a fascetta semplice, con “un filo di tacco”come diceva spesso Ornella Vanoni, sempre elegantissima oltre a un altro paio rasoterra in pelle argentata.
Come sarà andata a finire? Ora mi devo inventare almeno due soirée per indossarli, perché ovviamente li ho presi entrambi.
Il sole era ancora alto, quindi, un poco indecisa sul da farsi, ho optato per Ebisu, elegante e raffinato quartiere accanto a ma non Shibuya. In inverno avevo visto un nuovo hotel in costruzione e il dovere professionale imponeva almeno una visita alla reception, con tutto il cerimoniale di biglietti da visita e convenevoli.
Ho scoperto un angolino a dir poco geniale: una terrazza coperta dove, ahimè, servivano cassate, gelati e altre prelibatezze alle quali non ho potuto resistere.
Ancora qualche passo verso Daikanyama e, superato il vecchio salone del mio favoloso parrucchiere, ecco un negozietto il cui richiamo è quasi una tagliola… Dopo aver preso due pantaloni fantastici, stavo per cedere anche a due camicie santi numi! quando squilla il telefono dalla Spagna: un trasferimento in aeroporto di un gruppo che doveva rientrare a casa non stava andando come previsto.
Mollato tutto all’istante.
Dopo una frenetica serie di telefonate, l’allarme rientra: un semplice disguido. A quel punto acchiappo un taxi e mi dirigo a casa, sfinita ma felice — dei clienti soddisfatti (e anche dei miei favolosi acquisti!).
Ebbra del profumo dei glicini e, soprattutto, felice di essere donna 😉
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