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Shimoda: storia, mare e pistacchio
Per questo fine settimana di primavera inoltrata la scelta è stata scontata: mare, e poi mare.
A onor del vero è ancora un po’ troppo tiepido per fare il bagno, ma l’idea di passeggiare a piedi nudi sulla sabbia, con il fruscio delle onde in sottofondo, mi ha fatto decidere in fretta.
Considerando che la penisola di Izu offre una miriade di destinazioni e che l’ho già esplorata un po’ qua e là, mi sono detta: perché non andare a Shimoda, la storica cittadina dove attraccarono le famose “navi nere” e dove il commodoro Perry “persuase” il Giappone feudale ad aprirsi al mondo dopo quasi tre secoli di isolamento, firmando il celeberrimo trattato?
La baia di Shimoda, poi, è un piccolo paradiso: sabbia fine, acqua limpida, incorniciata da collinette verdi e fiorite, molto wa.
Gambe in spalla e via sull’“Odoriko Express” (attenzione: i binari sono insidiosamente lontani, si rischia seriamente di perderlo!) in direzione Shimoda.
Che dire… il ridente paesello ha un sorriso che ha visto tempi migliori.
Però, plauso immediato al deposito bagagli: perfetto, digitalizzato, appena fuori dai tornelli.
L’agglomerato urbano chiamiamolo così ricorda una versione un po’ ingiallita di certe località balneari anni ’70, senza aver mai visto una mano di vernice.
Dopo un pranzo, ovviamente a base di pesce, mi sono incamminata lungo il canale alla scoperta dei luoghi storici.
Una pausa tè in un caffettino di charme sull’angolo molto “era Shōwa”, diciamo pure trasandatello e poi verso il museo di Perry.
Ed è proprio lì che incappo in qualcosa di familiare: una grande stele e una statua di Nichiren, assolutamente inattese.
Le delegazioni americane erano alloggiate in un tempio della Terra Pura, ma anche questo piccolo tempietto ebbe un ruolo, seppur marginale.
Accanto, il museo del trattato: un po’ di vasellame, qualche oggetto vario, immancabili fucili e un video in inglese… purtroppo biascicato, con sottotitoli in giapponese che non leggo e, soprattutto, privo dei contenuti davvero interessanti.
Proseguo lungo un’altra stradina e trovo… la gelateria “Amore”.
Gestita da un giovane giapponese che ha studiato da Vivoli a Firenze e che si rifornisce di pistacchi di Bronte tramite un italiano che vive a Okayama (dove producono i miei amatissimi jeans Momotaro).
E sì, nel caso ve lo steste chiedendo: ci sono tornata due volte. Sei palline in totale.
Oh, me tapina.
Prossima tappa: la ropeway.
Quattro minuti di salita e si arriva alla collinetta-osservatorio da cui i samurai videro arrivare gli americani — luogo che, nel suo piccolo, ha contribuito a cambiare il corso della storia.
In cima: giardini rigogliosi, terrazza panoramica e un padiglione dedicato ad Aizen, divinità dell’amore e del desiderio. Figura rossa, intensa, dallo sguardo fiero e infuocato.
Ovviamente, rischiando di perdere l’ultima funicolare, mi sono goduta ogni angolo: fiorellini, erbe aromatiche, il mare visto dall’alto, con colori splendidi.
La sera ho soggiornato credo nel miglior albergo della zona.
Forse un po’ overdressed con il mio long dress rosso fuoco di Issey Miyake e i nuovi sandali argentati, ma tant’è.
Cena con un tocco interessante: sashimi non nella solita salsa di soia dolciastra, ma con olio d’oliva e spezie. Sorprendente.
A chiudere, un bel bagno caldo nella spa dell’hotel.
La mattina dopo: vista splendida, colazione abbondante (forse troppo, e un po’ mal organizzata) e poi una passeggiata sulla spiaggia dell’albergo, stile “Blue Lagoon”.
Acqua davvero acquamarina: blu-azzurro con una sfumatura verde sottilissima. Sabbia quasi bianca, fine, tutto apparentemente incontaminato anche perché ancora poco sfruttato.
Peccato che non sappiano valorizzarlo: al posto di bei bar o chioschi curati, un improbabile risto-caffè che serve curry (versione giapponese molto “Shōwa”) e patatine. Un’occasione sprecata.
Prima di ripartire, taxi verso la famosa spiaggia di Shirahama giusto per non farmi mancare nulla.
Bella, sì, ma piena di surfisti temerari e con un lungomare un po’ anonimo, senza anima.
Ritorno in stazione, recupero la valigia e… sbaglio treno.
Mi ritrovo su uno speciale superlusso: scompartimenti privati, salottini, tavoli ovali una cosa mai vista.
Per fortuna annunciano la partenza imminente (quando io pensavo di avere ancora venti minuti), scendo di corsa.
Sul binario accanto, un treno rosso decorato con pesciolini sembrava uscito da un parco giochi. Non era quello.
Finalmente, il mio. Normale. Rassicurante. E mentre torno a Tokyo, quello che mi resta più che la storia, che a dirla tutta non si percepisce poi così tanto è il gelato al pistacchio. Perché, ricordiamocelo:
- 👉 ovunque tu vada, si vive in italiano.

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