Una cosa va detta, a scanso di equivoci: con i ryokan, gli alberghi tradizionali giapponesi, ci vuole attenzione.
Ricordo un vecchio residente italiano in Giappone, un’anima ironica e disincantata, che sbottava sempre con un sonoro “kakko dake!” – tutta apparenza e niente sostanza.
Eh sì, perché in Giappone sanno impacchettare le cose con una tale cura estetica da farti credere di aver prenotato il paradiso… ma a volte, quando scarti la confezione, dentro trovi poco o nulla. Non truffe vere e proprie, per carità—ma delusioni eleganti, diciamo così.

Con questa premessa, ero piuttosto titubante quando ho finalmente trovato un ryokan con onsen privato in stanza—non proprio economico—ma sembrava avere tutto quello che cercavo: vasca termale all’aperto, comfort, privacy.
Paura? Tanta. Di trovarmi ancora una volta davanti a un perfetto esempio di “kakko dake”.

Arriviamo in questa stazioncina dimenticata dal tempo, su una delle penisole più affascinanti del Giappone, Izu.
Il bus navetta che ci viene a prendere sembra uscito da un episodio in bianco e nero di Ai confini della realtà.
Appena varcata la soglia del ryokan, tutto lo staff inginocchiato e genuflesso a darci il benvenuto con inchini coreografici e una spiegazione dettagliata del “concept”.

La camera? Un piccolo mondo.
Una vasca onsen in ceramica nel giardino privato, una seconda vasca in legno nel bagno interno, un salotto di tatami, una camera da letto ampia, stanza guardaroba… e altre stanzette dove quasi ci si potrebbe giocare a nascondino.
E non finisce qui: prenotando, si ha accesso esclusivo a una terza vasca onsen nel parco, immersa nel verde e protetta da recinzioni per garantire la massima privacy.

Io, naturalmente, non lascio niente al caso: le ho provate tutte.
Tre vasche, un pomeriggio, tra il canto degli uccellini e le ortensie in fiore.
Un vero sogno termale.

La sera, in perfetto spirito ryokan, la cena è inclusa.
Con un taglio di capelli impeccabile e un ensemble ancor più favoloso, mi sono presentata nella sala da pranzo pronta a essere avvolta dall’estetica più raffinata.
E qui—meraviglia!—per una volta kakko dake, ma con sostanza.
Un tripudio di pesce freschissimo, portate eleganti, colori, profumi… un’apoteosi di WA (la perfetta armonia giapponese), che mi ha coccolata in ogni senso.
E poi, di nuovo nella mia vasca sotto le lucciole.
Erano vere? Chi può dirlo. Ma la magia, quella sì, era autentica.

Il mattino seguente ho sfruttato ogni minuto rimasto in compagnia del mio onsen.
Quando finalmente sono uscita dalla stanza, la troupe delle pulizie era già inginocchiata davanti alla porta, come da copione.
Poi, valigia alla mano, sono ripartita verso Atami, per visitare il santuario dedicato a Hōjō Masako—una figura storica legata all’amore e alla fedeltà.
Foto tra i rami intrecciati a forma di cuore, visita al museo dove si conserva un mandala del Sutra del Loto, realizzato—si dice—con i capelli donati da Masako stessa. Verità? Leggenda? Poco importa.

Di nuovo a Tokyo, al tramonto, mentre la città si risvegliava nel suo caos elettrico.
Con un po’ di malinconia, già pensavo al rientro in Italia…
e alla mia consulente fiscale che mi aspettava con i conti da saldare.

Eh sì… ogni sogno giapponese ha il suo brusco risveglio. Ma ne è sempre valsa la pena.