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Il Blog
Riflessioni di vita
L’ottavo giorno del primo mese, otto secoli fa, si narra che un monaco, sfollato verso la penisola di Izu dopo il grande terremoto di Kamakura del 1257, trovò rifugio tra queste colline affacciate sul mare.
Qui conobbe la gente del luogo, si fermò a parlare, ad ascoltare, a predicare. Da quell’amicizia nacque un piccolo tempio, spostato e ricostruito più volte nel corso dei secoli, ma che ancora oggi conserva tre mandala donati da quel monaco: Nichiren.
Per una tradizione secolare, ogni 8 gennaio questi tre magnifici lavori opere d’arte, verrebbe quasi da dire, senza offendere la sensibilità di nessuno vengono esposti nella sala principale del tempio. L’atmosfera è sorprendentemente intima. Ci sono due guardie giurate a presidiare i mandala, certo, ma il tatami riscaldato una benedizione assoluta quando si è scalzi a gennaio rende tutto incredibilmente umano, raccolto, domestico.
Per godermi davvero questo momento ho deciso di arrivare la sera prima e dormire in questa cittadina portuale nei pressi di Shizuoka: un luogo un po’ assopito, persino trascurato, a dire il vero. Eppure custodisce un tesoro prezioso di cui sembra che a nessuno importi davvero. La sera, ad esempio, non è che ci sia grande scelta per cenare, nonostante gli alberghi non manchino. Boh. Forse sarà colpa delle industrie nei dintorni.
La mattina dell’8 gennaio, in un giorno limpido e sorprendentemente soleggiato, di buon’ora mi sono recata al piccolo tempio dove ero già stata l’anno scorso e ho trascorso due ore intere al caldo, seduta davanti ai tre mandala. Due ore a cercare di mettere da parte l’ansia, i pensieri superflui, e a lasciarmi andare a un desiderio semplice: fare bene. Un po’ come dicono i calciatori, perché sì, la vita è un gioco, ma è anche una cosa molto seria.
Che cosa ho sentito, in quelle due ore? Che mi piacerebbe portarci anche altre persone. Persone interessate a Nichiren al di fuori di narrazioni parrocchiali o di parte, ma che magari non riescono a orientarsi da sole. Un po’ come chi deve comprare un’automobile e non si fida di chi gliela vuole vendere.
Ecco, forse il mio desiderio è questo: riuscire a essere una guida per chi vuole diventare l’eroe della propria narrazione.
