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La vita che non e' mai tardi
Cantava qualcuno “voglio una vita che non è mai tardi”… salvo poi ricordarci, un paio di strofe dopo, che è anche “piena di guai” (e direi che il signore aveva fatto le sue esperienze 😉).
Ci sono settimane in cui gli eventi si infilano uno dentro l’altro come perline di una collana un po’ disordinata ma bellissima. Si comincia magari con una cena della neonata Associazione dei Toscani in Giappone dove io continuo a sentirmi ancora una sorta di “membra pellegrina” fra persone di ogni età ed estrazione, accomunate però da quella curiosa appartenenza che ci fa riconoscere immediatamente fra un “boia dé” e una risata troppo rumorosa. Questa volta però, rispetto alla primissima cena a cui avevo partecipato, si percepiva qualcosa di diverso: meno entusiasmo improvvisato e più concretezza. Come quando una cosa comincia davvero a prendere forma.
Giovedì sono poi arrivati dei clienti toscanissimi. Ma toscanissimi davvero. Di quelli che potrebbero tranquillamente comparire in un film di Pieraccioni senza bisogno di alcun casting. Dopo infiniti tentativi di prenotare locali “imperdibili” scoperti su Instagram e naturalmente impossibili da prenotare, alla fine ha prevalso il buon senso. Grazie a una piccola (ma potente) rete di contatti e a quel pizzico di fortuna che in Giappone aiuta sempre chi si muove con garbo, sono riuscita ad organizzare una cena omakase praticamente privata in un minuscolo ristorantino di sushi dietro il loro albergo (la fortuna aiuta gli audaci).
Ed è lì che succede quella cosa buffa: il confine fra realtà e surrealismo si assottiglia fino quasi a sparire. Le battute vernacolari, le risate spontanee, quel modo tutto toscano di prendersi bonariamente in giro fanno dimenticare, a tratti, di essere dall’altra parte del mondo. Credo succeda a tutti quelli che condividono la stessa terra e lo stesso dialetto, ma sentirsi improvvisamente “a casa” nel cuore di Tokyo ha sempre qualcosa di magico.
A letto tardi e… drindrin! La sveglia già suona.
Santi numi.
Casa da sistemare, l’amica del cuore che arriva, la spesa, il pranzo da preparare. Via di corsa. Pant puff pant. E qui l’atmosfera cambia completamente: dal capirsi al volo con una battuta toscana al fare grandi sforzi per capirsi in un inglese che diciamolo con affetto potrebbe essere migliorato da entrambe 😄. Però ci si comprende col cuore, che spesso è una lingua molto più efficiente.
Meno male che la sua bimba doveva andare a letto presto e così, dopo pranzo, qualche “bu-bu-settete” al parco e un po’ di giochi sulle altalene, mi sono concessa un pediluvio corroborante e un poco di meditazione rigenerativa. Ma il sonno necessario per ricompormi davvero è stato brutalmente sabotato da emissioni biglietti, richieste urgenti, problemi da risolvere e clienti in attesa di risposta.
Ed eccoci già a sabato.
Sveglia all’alba per l’escursione a Kamakura con la sola componente femminile del gruppetto toscano. Gli uomini, mostrando un sincero disinteresse verso la storia medievale giapponese, si sono dileguati alla ricerca di oggetti da collezione insieme a uno di quei giapponesi che parlano italiano talmente bene da sembrare anche loro personaggi da commedia.
La giornata l’avevo volutamente alleggerita: un po’ per chi era interessato alla Kamakura di Nichiren, un po’ per chi desiderava semplicemente una giornata piacevole e rilassata. Partenza da Ginza prestissimo per arrivare prima delle orde turistiche in una mattina luminosa e già quasi estiva. Passeggiata lungo il boulevard verso il santuario di Hachiman, sosta preventiva al ristorantino di soba in una stradina laterale (“torniamo fra un’oretta!”), poi verso la stele della predicazione di Nichiren e una deviazione morbida verso il Myōhonji, antico tempio immerso fra momiji e usignoli, profumato di pace e silenzio.
Pranzo veloce, immancabile soft-ice premium al matcha, poi il trenino elettrico verso il grande Daibutsu, qualche sassolino raccolto sulla spiaggia, un caffettino (insomma tutto “ino”) su una terrazza nascosta in piena vista e infine di corsa verso Ginza.
Perché sì, anche io volevo divertirmi.
Non ho poi così tante occasioni per indossare il mio amatissimo vestito rosso di Issey Miyake, accompagnato questa volta da un foulard tono-su-tono soffice come una nuvola e da un paio di nuovi sandali color tortora con un filino di tacco quanto basta per sentirmi elegante senza dover soffrire inutilmente 😉.
Cena al China Room del Grand Hyatt, tutto rigorosamente in sfumature rosse accompagnata da un ottimo champagnino e poi l’idea di proseguire la serata in un jazz bar all’interno della struttura. Ma una zaffata di sigaro mi ha immediatamente fatto cambiare idea e così ho ripiegato senza batter ciglio nel locale accanto, uno di quei bar americani un po’ irreali dove convivono:
abiti da sera,
ragazze talmente ritoccate da rendere difficile capire se siano orientali o occidentali,
producer afroamericani con cappello a tesa larga e occhiali da sole notturni,
probabili escort latine da videoclip,
uomini d’affari palestrati che divorano hamburger con vino rosso,
coppie diversamente giovani,
brizzolati barman africani dall’aria nobilissima
e giovani giapponesi intenti a scolpire cubetti di ghiaccio come fossero opere zen.
Insomma, il luogo perfetto per un altro champagnino interessante prima di rientrare finalmente a casa esausta ma felice di essere riuscita, anche questa volta, ad incastrare tutto.
La canzone però finisce qui.
Perché almeno la domenica e mi perdoneranno quelli a cui avevo promesso risposta entro lunedì — ho dormito fino a tardi. Colazione lenta, un’ora di meditazione per rimettere insieme lo spirito un po’ stanco e poi una lasagna autentica su tavolini all’aperto in un posto che non troverete mai su Instagram (e che non vi dirò… a meno che non vi ci porti io 😉), seguita da caffettino e mini-sfogliatella alla crema.
E poi hop!
Pomeriggio di acquisti per le amiche più care ma anche per quelle figure silenziosamente indispensabili che tengono insieme la nostra vita quotidiana: l’insegnante di inglese, la contabile, la parrucchiera extraordinaire.
Rientro a casa piena di bustine e pacchetti, un lungo sospiro soddisfatto e quel pensiero inevitabile:
“Ahhh… e fra poco è già lunedì e si è fatto tardi!”
