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Il Blog
Dove finisce la scena, dove comincia il luogo
In Italia si fa un gran parlare di Takayama. E di Shirakawa-go. Le mete “autentiche”. Le perle nascoste. Il Giappone tradizionale.
Da agente di viaggio con una certa esperienza so bene come funziona: certe destinazioni vengono lanciate sul mercato dai grandi operatori come cassette di ciliegie di stagione. Noi poi le sistemiamo in vetrina, con cura, come l’ortolano sotto casa. Il cliente passa, guarda, compra.
Così mi son detta: va bene, andiamo a vedere. Non è nemmeno comodissimo arrivarci, ma tant’è.
Takayama
Takayama in passato non so ma oggi sembra una grande quinta di Cinecittà pronta per girare uno sceneggiato sui samurai.
Tutto molto “period drama”.
Tutto molto… finto.
Certo, per chi arriva per la prima volta in Giappone, dopo lo scramble di Shibuya, la Skytree, Ginza e le luci al neon, è “very pittorescou, oho!”.
Ma una volta girate le quattro strade principali, fatto incetta di yukata, ciabattine, scodelle di legno e oggettini destinati a prendere polvere nella libreria di casa… dietro la facciata resta poco.
La sera è un mortorio.
Mancano solo quelli che appendono l’aglio alle finestre contro i vampiri.
Va detto: c’è anche un posticino carino con un proprietario che parla italiano per ragioni misteriose. Simpaticissimo. Però… ecco, ho detto tutto.
Ristorantini? Carne.
Ancora carne.
Sempre carne.
Qualche tempura, un po’ di sushi, e poi buio pesto.
Ho passato due belle giornate, sia chiaro.
Tutto molto carino.
Ma nel mio catalogo non la troverete.
Shirakawa-go
Poi c’è l’osannata Shirakawa “go” significa villaggio raggiungibile solo in bus di linea. Io sono partita da Kanazawa.
Che dire?
La versione giapponese di un ridente villaggetto del Trentino, con una punta di sketch alla Ugo Tognazzi.
Oggettivamente bello.
Le case con i tetti spioventi, il paesaggio armonioso.
Cartolina perfetta.
Ma caffè decente? No.
Ristoro degno? Nemmeno.
Fritto, poltiglia e poco altro.
Posso solo ringraziare il cielo che non ci fosse posto nei ryokan peraltro cari assai perché così è stato solo un day trip.
Consiglio pratico:
andate non prestissimo, e a stomaco pieno.
In due ore vi togliete il pensiero.
E poi… Kanazawa
La sorpresa vera.
Sì, c’è lo splendido parco.
Sì, c’è la “piccola Kyoto”.
Turistica, certo ma nel senso di Venezia o Firenze: souvenir sì, ma in un luogo vero.
Quello che mi ha colpito davvero sono stati i ristorantini moderni, nascosti nei vicoli non segnati su Google Maps.
Ho cenato in un posto stranissimo: legno chiaro e rame lucido, minimalista, quasi ascetico.
Si entra scalzi.
Tatami.
Tavolini-cubo.
Lo staff aggiusta continuamente cuscini e tavolini con una specie di “proporzionatore” invisibile. Tutto deve stare nella giusta misura, nella golden ratio.
L’ambiente è così calibrato che anche i turisti stranieri generalmente chiassosi, perché molti pensano che se non li capisci possano alzare il volume — finiscono per bisbigliare.
Come a proteggere un’armonia trascendentale.
Ho smesso da tempo di dare spago a quelli che mi scrivono:
“Sto organizzando il viaggio in Giappone, faccio da me, mi dai qualche consiglio?”
Però una dritta ve la do:
Kanazawa vale la pena.
E i ristorantini?
I vicoli segreti?
Beh… per quelli potete sempre prenotare da me 😉
