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Dal Wagashi al Pistacchio: il genio giapponese della reinvenzione
Si fa un gran parlare dei wagashi, i dolci tradizionali giapponesi a base di azuki, matcha e gelatine traslucide che ormai compaiono anche nelle nostre città, spesso presentati come quintessenza dell’estetica nipponica.
In effetti, in un Paese dove lo zucchero è arrivato tardi, si è sviluppata una sensibilità particolare verso una dolcezza diversa: più vegetale, più sottile, talvolta quasi contemplativa.
Ma questa volta vorrei soffermarmi su un altro aspetto geniale del Giappone: la capacità di appropriazione e miglioramento. Sì, miglioramento. Lo dico senza giri di parole. La pizza, ad esempio, qui è spesso più rigorosa e tecnicamente impeccabile che a casa nostra. Perché chi viene da lontano per imparare qualcosa lo fa con una dedizione minuziosa, quasi chirurgica. Studia, replica, perfeziona. È una forma di rispetto che diventa superamento.
Del resto, anche la nostra rinomata pasticceria siciliana deve moltissimo a influenze nord-europee. Le contaminazioni non sono mai unilaterali: sono scambi, stratificazioni, evoluzioni.
Negli ultimi anni il Giappone ha “scoperto” il pistacchio. Dopo decenni di influenza americana dove l’arachide regnava sovrana in tutto ciò che era considerato occidental lentamente stanno prendendo spazio nocciole, mandorle e, appunto, pistacchi. L’aisu kuriimuu, il jeraato, le mousse, le glasse: tutto viene reinterpretato con precisione quasi maniacale.
È vero: nell’immaginario collettivo, quando si parla di grande pasticceria, francesi, tedeschi e austriaci dominano ancora la scena. Ma qui siamo a un livello paradisiaco.
Ho scoperto questa minuscola pasticceria quasi per caso. È solo laboratorio con bancone, niente sala da tè. Di fronte però c’è un bar italiano convenzionato: compri il dolce qui e lo gusti con un buon caffè seduta da loro, magari all’aperto. Una combinazione perfetta.
Sono entrata per curiosità, aspettandomi le solite miru fiuu (vedi episodi precedenti!) e le immancabili torte panna e fragola. E invece apriti cielo! Con gaudio e tripudio ho trovato loro: gli “Adorable pistache”. Prima di tutto, ho dovuto spiegare che si dice “pistacchio” e non “pisutascio” all’inglese. Poi ho ceduto.
Una mousse al pistacchio che avvolge un pan di Spagna finissimo, il tutto racchiuso in una sottile capsula di cioccolato verde al pistacchio. Sopra, una spirale di panna leggerissima sempre al pistacchio, granella croccante e vere scaglie di foglia d’oro. Sì, confermo: è commestibile.
Un piccolo capolavoro.
Ho deciso: d’ora in poi, quando avrò ospiti o sarò invitata, porterò sempre questi dolcetti. E mi prodigherò affinché cambino ufficialmente il nome in “Adorabile pistacchio”.
Perché certe cose, quando sono perfette, meritano anche il nome giusto.
