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Il Blog

Cena della comunità italiana in ristorante a Ginza Tokyo

Appunti di un vivere in italiano

Sono nata in casa, non in ospedale. Forse è stato il mio primo viaggio, o il primo indizio di un certo modo di stare al mondo.

Da allora ho viaggiato molto, ovunque, ma non mi sono mai sentita “cosmopolita” nel senso un po’ compiaciuto del termine. Ovunque vada, vivo in italiano. È sempre stata questa la mia filosofia.

In Giappone, dove torno spesso e per periodi lunghi, ho una vita sorprendentemente ordinaria: il panettiere con la tessera a punti, i ristoranti preferiti, il parrucchiere di fiducia, le pettinatrici in un altro salone, l’estetista per manicure e pedicure e, non da ultimo, l’agopuntore di fiducia — una benedizione dopo quattordici ore di volo. A forza di tornare, certi luoghi smettono di essere “altrove”.

È così che, quasi senza accorgermene, mi sono ritrovata una sera a partecipare alla fondazione dell’associazione dei toscani in Giappone. Un gruppo eterogeneo: molti a Tokyo, qualcuno persino a Okinawa. La cena si teneva in una pizzeria a Ginza, con un’aria vagamente da sit-down dei Sopranos. Tra un piatto e l’altro affioravano nomi e storie di pionieri del made in Italy in Giappone, oggi scomparsi: chi aiutava tutti senza far rumore, chi era burbero ma generoso, chi aveva fatto da ponte nei momenti più difficili, come durante Fukushima. Racconti che non vale la pena ripetere per intero; basta il tono con cui venivano ricordati.

Ascoltando, mi è sembrato chiaro un tratto comune. Italiani lontanissimi da casa, su un altro pianeta per lingua e cultura, eppure capaci di fare le cose con eccellenza senza smettere di “viaggiare in italiano”. Qualcuno ha messo radici per sempre dove “sa di sale lo pane altrui”, ma resta quella cifra umana, riconoscibile.

Mi sono fatta delle domande, anch’io. La vita è un viaggio avventuroso, e viaggiare in Giappone è davvero un viaggio nel viaggio: un’esperienza che lascia un segno. Oggi ci si può organizzare da soli, oppure affidarsi a grandi pacchetti preconfezionati. Funziona, certo. Ma il Giappone ha anche una dimensione più sottile, quasi spirituale, che difficilmente si lascia ridurre a un format.

Forse è per questo che continuo a credere nei viaggi di alta sartoria, in un mondo di fast-fashion. Non perché siano l’unica via, ma perché per certe esperienze serve un certo livello di attenzione. E non sempre è quello che luccica di più.