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A Sado, tra onde vere e onde interiori
La giornata di “riposo” dopo l’avventura di Teradomari è stata, sulla carta, tranquilla. In realtà, come spesso accade in Giappone, le sorprese non mancano mai.
Dopo una mattinata passata nel department store alla ricerca dei dolcetti perfetti da spedire ai miei due nuovi amici, sono rientrata in albergo per lasciare il trolley… ritrovandomi di fatto “prigioniera” del luogo.
Si tratta di un centro congressuale con tutti i crismi, praticamente annesso al porto di partenza: torre panoramica, vista mare e almeno sulla carta atmosfera ideale per un tè al tramonto in contemplazione della traversata del giorno successivo.
Peccato che qui si sia manifestato, con una certa decisione, l’altro volto del Giappone vero.
Il caffè panoramico offriva infatti solo improbabili “supaghetthi arre bongore” oppure un soft-ice alla vaniglia. Ho optato per quest’ultimo, ma sono rimasta sinceramente interdetta quando la paffuta cassiera ha tentato di completare il tutto con due cialde di riso alle alghe. A nulla sono valsi i miei sforzi diplomatici per farle cogliere l’assoluta incoerenza della proposta.
La serata con i dim-sum “all you can eat” dell’hotel si è lasciata vivere senza troppi entusiasmi e, la mattina seguente, bardata come Totò e Peppino a Milano nella Malafemmina, mi sono prudentemente insacchettata croissant e bomboloni dal buffet della colazione. Come diceva qualcuno: bisogna essere previdenti.
A posteriori, però, la scelta dell’albergo si è rivelata sorprendentemente intelligente. Con il mio trolley rotelle coperte di adesivi (una delle poche cose davvero utili imparate su Instagram) mi sono incamminata verso il porto e, con il cuore in gola per l’emozione, sono salita sull’aliscafo che in un’oretta mi avrebbe portato a Sado.
E meno male che avevo trovato l’unico posto disponibile quel giorno: nonostante un QR code capriccioso, la ragazza della biglietteria, con infinita gentilezza, è riuscita a farmi partire.
Arrivata al ridente porto di Ryōtsu, mi sono diretta verso un tempietto del XVI secolo dove è custodito un piccolo foglietto con iscrizioni salvifiche che Nichiren avrebbe donato al barcaiolo che lo traghettò sull’isola in mezzo alla tempesta.
Grazie a una telefonata “ben introdotta”, il priore non solo mi ha mostrato questo tesoro, ma anche preziosi mandala storici e splendidi paraventi dorati del periodo Edo, con scene di Kyoto e della nascita del teatro kabuki.
Dulcis in fundo, mi ha regalato una stampa xilografica del celebre “mandala della barca”. Lo porterò con me in aereo perché nonostante una vita passata a viaggiare quando il velivolo balla… io non rido 😉
Dopo un pranzo in un ristorante trovato per caso, rivelatosi poi un’eccellenza pluripremiata (e sì, la differenza si sente eccome), il taxi privato noleggiato per i due giorni mi ha accompagnata verso l’antico luogo di sbarco di Nichiren.
Qui, secondo la tradizione, avrebbe soggiornato in una cavità di un albero di zelkova. Oggi resta una sezione del tronco conservata nel tempio, mentre un albero di seconda generazione comunque trecentenario si erge a memoria vivente.
Ovunque, tavole dipinte raccontano il monaco che placa la tempesta. A forza di vederle, quasi si dimentica che si tratta di una leggenda.
Dopo un bagno caldo nelle terme dell’hotel “acque rigeneranti del profondo oceano”, assicurano loro mi sono concessa una cena in un ristorantino di charme: sala privata, atmosfera raccolta e un dentice freschissimo cotto al sale, aperto con la precisione che solo i giapponesi sanno avere.
Massaggio in camera, e la giornata si è chiusa ancora una volta perfettamente.
Il mattino seguente, sotto un cielo limpido e luminoso, il taxi mi ha accompagnata tra i principali luoghi legati a Nichiren, dove soggiornò per oltre due anni nel XIII secolo.
Tra il ronzio di insetti giganteschi, la vegetazione lussureggiante e il canto degli usignoli giapponesi quel celebre “hō… hokkekyō” che richiama il Sutra del Loto ho visitato diversi templi.
Devo ammettere che non tutti mi hanno colpita allo stesso modo. E questo, forse, conferma una cosa importante: i reijō, i luoghi spirituali, non sono suggestioni costruite a tavolino. O c’è qualcosa… oppure no.
Alcuni, sinceramente, li definirei più “kakko dake” solo apparenza ma forse quel giorno ero io poco allineata, chissà.
Resta però la bellezza assoluta del paesaggio: pendii morbidi, scorci arditi, uccelli e silenzi che sembrano immutati da secoli.
Gli stessi, probabilmente, che accolsero Nichiren quando arrivò qui da esiliato, con tutta l’isola contro, e che lo videro partire quasi tre anni dopo circondato da amici sinceri.
È forse questa la traccia più profonda che ha lasciato: una spiritualità schietta, diretta, che non si piega ai prepotenti e parla ancora oggi anche alle donne.
E questo è stato il mio piccolo pensiero di ritorno.
Attraccando a Niigata, al tramonto, tra il lusco e il brusco, ho pensato che nonostante tutte le tempeste della vita in fondo so anch’io, ogni tanto, come calmarne le onde.
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